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Il Time-Out

Il Time-Out

 
Obiettivo
Sommario
In questo articolo vedremo una tecnica comportamentale per riportare all’ordine e all’attenzione i giovani atleti che distraggono e si distraggono durante l’allenamento
Negli ultimi articoli abbiamo affrontato diverse strategie ed accorgimenti che ogni allenatore di settore giovanile può mettere in atto per aumentare l’attenzione dei propri giocatori e/o riportare all’ordine i giovani distratti e che interferiscono con il lavoro.
Vorrei ora parlare di una strategia specifica denominata “time-out”. È una tecnica comportamentale che ha l’obiettivo di interrompere comportamenti disturbanti e distraenti l’atleta stesso e la squadra. Capiamo insieme di cosa si tratta e come metterla in pratica.
 
LA TECNICA DEL TIME-OUT: COS'È E COME SI USA
  • Quando usarla?

Quando un bambino ha comportamenti negativi, chiacchiera, si distrae e distrae i compagni. I comportamenti vanno ben definiti, identificati e condivisi con i giocatori.

  • Con chi?
Con i più piccoli.
  • Quale atteggiamento avere?
È fondamentale mostrarsi sicuri, essere fermi e coerenti. Ciò significa che, una volta deciso di usare tale strategia, devo essere in grado di rispettare i principi che la guidano e con chiunque adotti i comportamenti ritenuti non idonei senza favoritismi e senza chiudere un occhio con i giocatori che ci fanno “più comodo” o ci inteneriscono.
  • Cosa fare praticamente?
  1. Definire un luogo specifico visibile ai nostri occhi, ma da cui il piccolo atleta non potrà interagire con nessuno pur osservando cosa succede mentre lui è lì. Il posto delimitato e ben evidente può essere appena fuori dal bordo campo, vicino la panchina, al corner, ecc. .
  2. L’atleta non può uscire dall’area definita e non dobbiamo interagire con lui ne dargli spiegazioni, cosa che viene fatta in un altro momento (lo vedremo tra breve);
  3. Mentre l’atleta è in time-out accentuare gli aspetti più divertenti dell’esercitazione in corso e, se possibile, fare attività di gioco estremamente piacevoli a cui ovviamente in quel momento il bambino non può partecipare. Questo aumenta l’efficacia della tecnica che ha lo scopo, lo ribadisco, di ridurre la probabilità che il comportamento negativo si ripeta in futuro.
  4. Definire preventivamente un tempo specifico di time-out che sarà maggiore con l’aumentare dell’età (da pochi minuti ad una decina); tempo che va assolutamente rispettato, anche quando il bambino ci dice, con occhi teneri, che ha capito di aver sbagliato e che vorrebbe ritornare subito in campo. In questo caso lo rinforziamo, ma sottolineiamo che ogni comportamento ha delle conseguenze: “Sono contento che tu abbia capito, ma hai avuto un comportamento che sapevi sbagliato, quindi ora dovrai attendere mentre i tuoi compagni si allenano e divertono”.
  5. Breve debriefing: trascorso il tempo, andare dall’atleta in time-out, mettersi sullo stesso piano fisico e chiedere al bambino cosa è successo, perché è lì e cosa ha capito;
  6. Ribadire con tono pacato che riponiamo in lui fiducia e che siamo certi che si impegnerà a comportarsi diversamente da lì in avanti sottolineando cosa si è perso e a cosa porta nel tempo un atteggiamento negativo (rispetto alla sua crescita calcistica, al rapporto con i compagni, ecc.);
  7. Reinserirlo nel gruppo senza calcare la mano o deriderlo col gruppo.
 
 
È importante:
  • Introdurre la tecnica alla squadra spiegandone fin da subito le finalità e le modalità di applicazione.
  • Usare un linguaggio semplice ed adatto alla fascia d’età con cui ci relazioniamo.
  • Definire e condividere anche attraverso degli esempi pratici quali sono i comportamenti a cui ci riferiamo (per es. parlare durante la spiegazione del Mister).
  • Anticipare agli atleti che ogni qualvolta ci sarà il comportamento negativo vi sarà un preavviso, una minaccia di time-out e, infine, il time-out (possiamo anche decidere di fare solo preavviso ed attuazione).
 
La tecnica del time-out è estremamente efficace, di facile applicazione ed immediata comprensione da parte dei bambini. Ma, ribadisco e concludo, che solo se siamo chiari nel spiegarla e fermi nell’applicarla avremo successo e i risultati voluti.
Buon lavoro!

Autore

| Psicologa dello Sport e Psicoterapeuta

Trevigiana nata a Montebelluna, da sempre vive nel mondo dello sport: ha praticato nuoto ad alto livello per 15 anni, pluricampionessa italiana nello stile libero, vanta titoli internazionali e diverse convocazioni in nazionale; ha praticato pallanuoto per 12 anni militando in serie A e giocando per l’Augusta (Siracusa), il Palermo, il Bologna e il Mestre (Venezia).

Laureata a Padova in Psicologia clinica, si è specializzata in Psicoterapia cognitivo-comportamentale e in Psicologia dello Sport. Ha scritto per la rivista specialistica “Il Nuovo Calcio". È inoltre Psicologa della FIGC veneto e docente FIN veneto.

Esercita la libera professione a Montebelluna e collabora con diverse Società sportive di calcio, nuoto, nuoto sincronizzato, ciclismo, basket, ginnastica artistica e scherma. Si occupa di formazione di allenatori e genitori, e segue gli atleti individualmente e in gruppo.

Email: danielaoriandi@hotmail.com

 

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