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Comunichiamo o parliamo e basta?

Comunichiamo o parliamo e basta?

 
Obiettivo
Sommario
Una comunicazione efficace ci mette nelle condizione di lavorare al meglio e di metterci in relazione coi nostri ragazzi
 
comunicazione non verbaleNon esiste momento durante l’allenamento, la partita, o in qualsivoglia altra situazione e contesto in cui non si comunichi. Watzlawick, nel suo primo assioma, afferma che “NON SI PUO’ NON COMUNICARE”. Quando parliamo, quando ci muoviamo nel campo, quando ci allontaniamo dai ragazzi, quando scegliamo cosa indossare, quando scuotiamo la testa o ci muoviamo in maniera esagitata dal bordo campo stiamo comunicando, anche se in maniera non sempre intenzionale e conscia.
Se vogliamo che ai nostri ragazzi giungano sempre messaggi costruttivi e se vogliamo che arrivi all’interlocutore il significato che realmente vogliamo far pervenire, è bene rendere ogni atto comunicativo consapevole ed intenzionale.
Per questo motivo e per l’importanza che riveste tale argomento ho scelto di partire dalla comunicazione. Una comunicazione efficace ci mette nella condizione di lavorare al meglio e di metterci correttamente in relazione coi nostri ragazzi ed allenarli.
 
La comunicazione è un processo circolare
Ma cos’è la comunicazione? La comunicazione è innanzitutto un processo circolare: io invio un messaggio, attraverso un canale verbale e/o non verbale, e tu rispondi (le modalità possono essere le più disparate, lo vedremo); a questo punto la circolarità della comunicazione può continuare o meno a seconda delle intenzioni e della chiarezza dell’atto comunicativo.

Già questo basterebbe per renderci conto che molte volte confondiamo la comunicazione con l’informazione: spesso infatti parliamo un sacco, esprimiamo molti concetti, usiamo lavagne, coni e cinesini per spiegare, ma ci dimentichiamo di accertarci, attraverso dei feedback (risposte di ritorno), se il nostro messaggio sia arrivato e stato compreso.
Anche le riunioni spesso si trasformano in un fiume di parole del Mister che, preso dalla fretta di non rubare tempo all’allenamento fisico o dalla foga del post partita, tralascia un pezzo importante: il punto di vista dei veri attori protagonisti, i giocatori. Con tutti i fraintendimenti e malumori del caso che, nell’ipotesi più semplice, si traducono in un esercizio mal eseguito (proprio perché non capito o mal spiegato, è bene farsi della sana autocritica, poiché non sempre è colpa della distrazione dei ragazzi) fino ad arrivare a rancore, frustrazione e demotivazione da parte dei ragazzi. In fondo, come ci sentiremmo se la persona che dice di essere lì per noi non ci chiedesse mai cosa ne pensiamo?! (State lavorando sulla vostra empatia? Vi rimando al mio articolo precedente).
 
Una buona comunicazione parte dalla conoscenza reciproca
E quanto conosciamo i nostri ragazzi? Il loro background culturale, la loro personalità, i loro vissuti, le loro esperienze calcistiche e non? Se voglio aumentare la probabilità di essere efficaci devo, come una radio, sapermi sintonizzare sulla lunghezza d’onda dei ragazzi avvicinandomi al loro linguaggio e al loro mondo.
 
La comunicazione è fatta soprattutto di non verbale
Quando comunichiamo la stragrande maggioranza del messaggio passa attraverso il non verbale e solo una minima parte viene trasmesso da ciò che diciamo verbalmente. Per non verbale intendiamo il linguaggio del corpo, il paraverbale (tono, vocalizzazioni, volume, ecc.) e la prossemica (la distanza che intercorre tra me e i miei interlocutori). Se quello che diciamo è sempre intenzionale, la componente non verbale invece, che gioca un ruolo chiave nel processo comunicativo, spesso interviene in maniera automatica e poco o per nulla consapevole. È evidente come sia importante essere il più possibile consci dei nostri atti comunicativi per evitare di confondere i giocatori, trasmettere messaggi sbagliati e sensazioni negative che possono danneggiare la comunicazione, la relazione e, cosa peggiore, fare danni.
 
psicologia comunicare attenzioneGià … Non fare danni!
Perché il primo obiettivo di ogni educatore (e gli allenatori di settore giovanile lo sono certamente!) deve essere quello di non fare danni! A volte invece l’allenatore contribuisce a causare emozioni e sentimenti negativi nei ragazzi, e ciò spesso succede proprio per una comunicazione mal gestita che genera ansia, demotivazione, noia, scarsa considerazione di sé (bassa autostima), imbarazzo col gruppo, per fare qualche esempio …
Se poi, oltre a non fare danni, insegniamo loro il gioco del calcio, allora abbiamo fatto goal!
 
Nel frattempo cominciate a riflettere sui concetti espressi in questo articolo: “Quando mi relaziono coi calciatori parlo o comunico veramente? Cosa so dei miei ragazzi? Quanto li conosco oltre al mero gesto tecnico? Sto forse facendo danni sulla loro persona e personalità in via di sviluppo?”. 

Autore

| Psicologa dello Sport e Psicoterapeuta

Trevigiana nata a Montebelluna, da sempre vive nel mondo dello sport: ha praticato nuoto ad alto livello per 15 anni, pluricampionessa italiana nello stile libero, vanta titoli internazionali e diverse convocazioni in nazionale; ha praticato pallanuoto per 12 anni militando in serie A e giocando per l’Augusta (Siracusa), il Palermo, il Bologna e il Mestre (Venezia).

Laureata a Padova in Psicologia clinica, si è specializzata in Psicoterapia cognitivo-comportamentale e in Psicologia dello Sport. Ha scritto per la rivista specialistica “Il Nuovo Calcio".

È psicologa della FIGC Veneto, psicologa del centro federale territoriale di istrana (TV) e docente FIN Veneto.

Esercita la libera professione a Montebelluna e collabora con diverse Società sportive di calcio, nuoto, nuoto sincronizzato, ciclismo, basket, ginnastica artistica e scherma. Si occupa di formazione di allenatori e genitori, e segue gli atleti individualmente e in gruppo.

Email: danielaoriandi@hotmail.com

 

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