Sommario
In questo articolo rifletteremo su come il volto trasmetta messaggi rilevanti spesso senza la nostra piena consapevolezzaOrganizzazione
Nella mia progressione degli articoli avrei voluto con questa uscita chiudere il tema della comunicazione parlando di ciò che invece affronterò nella prossima uscita. Ciò che mi ha fatto cambiare la traccia, senza uscire chiaramente dal tema di cui ci stiamo occupando da mesi, è stato un episodio accaduto di recente e che vorrei riportarvi. Questo per capire quanto possiamo essere efficaci e bravi allenatori o, al contrario, inconsapevolmente (spero!), demotivare e generare ansia nei nostri atleti.
Ero in piscina mentre seguivo alcune atlete di nuoto sincronizzato che provavano un balletto in previsione dei prossimi campionati italiani (non conta nulla in questo caso il tipo di sport praticato).L’allenatrice osservava attentamente la loro esecuzione. Il suo volto appariva serio, contratto, la bocca era ben serrata. Fin dai primi movimenti delle giovani sincronette l’allenatrice ha cominciato a scuotere la testa in segno di disappunto manifestando chiaramente la sua delusione e contrarietà rispetto a ciò che stava vedendo. Ha continuato a scuotere la testa per tutta l’esecuzione del balletto. Cosa stava succedendo?
Certamente è corretto notare un’esecuzione mal eseguita e comunicarlo agli atleti, tuttavia esistono modi costruttivi e modi distruttivi di fornire feedback.
Le atlete che stavano provando il balletto avevano per la maggior parte del tempo la testa sott’acqua e quindi non vedevano il “disgusto” nel volto dell’allenatrice (credo di non esagerare usando tale termine), ma tutte le altre atlete che assistevano alla prova sì! Lo stesso volto contratto e contrariato che hanno poi trovato le sincronette in acqua a fine esecuzione quando sono andate dall’allenatrice per avere un feedback che nemmeno lì è stato gestito bene.
Nel calcio non si è mai sott’acqua e l’allenatore è sempre visibile agli occhi dei giocatori che leggono il suo non verbale sia quando interagiscono con lui direttamente, sia quando lo osservano mentre dà indicazioni o fa correzioni ai compagni.
Una testa che continuamente scuote risuona nelle menti dei giovani atleti non solo come un semplice “stai sbagliando!”, ma come un “stai facendo schifo! Che cavolo stai combinando?!”.Se voglio dimostrare il mio disappunto o segnalare un errore può bastare un “no”, un “fai attenzione a …” accompagnato da un breve cenno con il capo e dalle dovute correzioni, senza mai dimenticare di sottolineare cosa sta invece funzionando.
Scuotere continuamente la testa durante un lavoro, una partita, un’esercitazione significa sottolineare continuamente la nostra disapprovazione, significa dire agli atleti continuamente “non va bene” che, col tempo, si trasforma in un “NON VAI BENE, NON SEI CAPACE!”. Così facendo rischiamo di demotivarli, ferirli, far perdere loro entusiasmo e grinta, generare uno stato d’ansia diffuso nella squadra perché i giocatori pensano che prima o poi toccherà a loro essere messi alla gogna!
Purtroppo spessissimo non siamo consapevoli di come muoviamo la testa, delle espressioni che facciamo e conseguentemente dei messaggi che inviamo e che dovrebbero essere di tutt’altra natura, anche di fronte ad un errore o ad una scelta sbagliata.
Dovremmo comunque trasmettere fiducia, infondere sicurezza e determinazione per poter provare e riprovare con ancora più intensità e grinta.
Mettersi nei panni dell’altro spesso aiuta a capire, e vi invito a farlo quando non siete sicuri di ciò che state trasmettendo ai vostri giocatori quando vi rapportate con loro. Allora vi chiedo: come vi sentireste se mentre state provando a fare qualcosa la persona che in quel momento è il più importante punto di riferimento per voi, invece di incitarvi e stimolarvi, scuotesse continuante la testa, serrasse la bocca e mostrasse un volto cupo? Non vorreste forse sprofondare nel terreno per ricomparire da tutt’altra parte?!?!
Ricordiamoci sempre che noi siamo lì per loro e con loro, giochiamo nella stessa squadra, e dobbiamo sempre fare in modo, anche nelle situazioni più critiche o negli errori più clamorosi, far sentire loro la nostra fiducia e voglia di essere lì a migliorare con loro.
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