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Attenzione: è un mio problema?!

Attenzione: è un mio problema?!

 
Obiettivo
Sommario
I ragazzi spesso vengono frettolosamente etichettati come vivaci, distratti o turbolenti quando in realtà la problematica potrebbe ricadere nelle nostre modalità comunicative e di gestione degli allenamenti
Il miglior modo per lavorare coi ragazzi è lavorare prima su noi stessi.
Uno dei tanti libri che ho letto inerenti il mio mestiere di psicologa portava il titolo “Il problema non è mio … è tuo” (Rolla, 2006). In questo scritto si parla di come spesso ci facciamo condizionare dal parere, i problemi e gli umori degli altri, facendoli propri, pensando che ce l’hanno con noi o che la colpa è nostra. Nel nostro caso, invece, vorrei che cominciassimo a farci sorgere il dubbio inverso, ovvero che Il problema potrebbe essere nostro, non loro!.
Se il libro citato inneggia a non personalizzare e a lasciarci scivolare di dosso le paranoie e le tristezze degli altri, io vorrei al contrario stimolarvi come allenatori a mettervi in discussione in primis.
A volte ci si trova di fronte a gruppi di ragazzi o bambini molto vivaci e rumorosi, che si distraggono facilmente, che sbagliano la richiesta o che velocemente distolgono l’attenzione dal compito che viene chiesto loro. In campo insomma, a volte si vede l’allenatore impegnato a ripetere continuamente cosa c’è da fare e a rincorrere l’attenzione dei giovani che sembrano impazziti o quantomeno disinteressati a tutto e tutti. E se il problema fosse nostro?!?
Ci siamo mai sentiti nelle spiegazioni? Ci ascoltiamo mentre parliamo? Abbiamo mai veramente analizzato se ciò che chiediamo a quella fascia d’età è adeguato o meno? Ci siamo mai osservati mentre interagiamo coi nostri giocatori?
 
Troppo spesso si ricorre a conclusioni del tipo “il ragazzo è iperattivo … è un’annata particolarmente difficile … non ascoltano mai … sono sempre distratti …”.
  • A volte semplicemente ci dimentichiamo di avere di fronte dei bambini e ci creiamo delle aspettative irrealistiche. E così, adottiamo per esempio un gergo da adulti, facciamo metafore o usiamo termini astratti che risultano incomprensibili per la loro giovane età. Non sono loro a non capire, siamo noi a non essere chiari. È molto diverso, perché dipende da  noi, non da loro. I loro limiti sono fisiologici e neurologici (il bambino raggiunge un pensiero simile a quello da adulto, ipotetico-deduttivo secondo Piaget, solo verso gli 11-12 anni).
  • A volte siamo prolissi e logorroici dimenticandoci che l’attenzione dei giovani decade molto più in fretta della nostra per cui dopo qualche minuto la loro testa è già altrove.
  • A volte creiamo delle esercitazioni che metterebbero alla prova anche i calciatori più evoluti e motivati: noiose, ripetitive, percorsi sempre uguali, attrezzi posizionati sempre allo stesso modo … Sfido chiunque a rimanere concentrato ed attento se non viene adeguatamente stimolato attraverso proposte e strumenti accattivanti e motivanti!
Insomma, non sempre  la colpa risiede nella loro distrazione. Se in una squadra praticamente tutti, chi più chi meno, si distraggono con facilità, è opportuno che io faccia un passo verso l’autocritica costruttiva: senza quindi demoralizzarmi, insultarmi o ritenermi un incapace; ci dobbiamo mettere in discussione e lavorare tanto quanto i nostri giocatori. Se ho una squadra dove 23 atleti su 25 mi seguono probabilmente qualcosa non funzione in quei due ragazzi (facile distraibilità? Scarsa motivazione? Poca consapevolezza?). Anche in quest’ultima evenienza in qualità di allenatore ho la responsabilità di cercare di capire e trovare, anche attraverso il confronto con i diretti interessati se necessario, la chiave di lettura e di svolta. Ciò significa, per esempio, trovare degli input particolarmente stimolanti per loro, gestire correttamente i rinforzi per motivarli, dar loro la giusta importanza per alimentare la loro autostima, ecc.
 
Nei prossimi articoli entreremo ancora più nel concreto e troveremo strategie ed accorgimenti funzionali agli obiettivi su cui stiamo lavorando. Per farlo, è fondamentale avere l’umiltà e l’intelligenza emotiva, utilizzando le parole di Goleman, di mettere e mettermi in discussione.

 

Autore

| Psicologa dello Sport e Psicoterapeuta

Trevigiana nata a Montebelluna, da sempre vive nel mondo dello sport: ha praticato nuoto ad alto livello per 15 anni, pluricampionessa italiana nello stile libero, vanta titoli internazionali e diverse convocazioni in nazionale; ha praticato pallanuoto per 12 anni militando in serie A e giocando per l’Augusta (Siracusa), il Palermo, il Bologna e il Mestre (Venezia).

Laureata a Padova in Psicologia clinica, si è specializzata in Psicoterapia cognitivo-comportamentale e in Psicologia dello Sport. Ha scritto per la rivista specialistica “Il Nuovo Calcio". È inoltre Psicologa della FIGC veneto e docente FIN veneto.

Esercita la libera professione a Montebelluna e collabora con diverse Società sportive di calcio, nuoto, nuoto sincronizzato, ciclismo, basket, ginnastica artistica e scherma. Si occupa di formazione di allenatori e genitori, e segue gli atleti individualmente e in gruppo.

Email: danielaoriandi@hotmail.com

 

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